Genitori separati e religione figli

Genitori separati e religione figli

Settembre 10, 2019 0 Di Blogger

Educazione religiosa dei figli e indottrinamento: è lecito convertire il figlio minorenne? Ci si può opporre al battesimo?

Figli di coppie separate: la battaglia dei genitori non si limita più solo ai soldi per il mantenimento. Tra le cause che la cronaca giudiziaria ci consegna, ci sono adesso anche le liti per la dieta vegana e la religione. Che succede se un genitore cerca di indottrinare il figlio verso un credo diverso da quello professato dall’altro?

Si può, ad esempio, convincere il figlio a frequentare i testimoni di Geova, a divenire musulmano, mormone o protestante?

Si può addirittura convincerlo all’ateismo o, viceversa, battezzarlo in barba a quanto vorrebbe l’altro genitore che, invece, non aderisce alla dottrina cattolica?

I rapporti tra genitori separati e religione dei figli sono stati al centro di una recente ordinanza della Cassazione [1].

Nel caso di specie, il padre era cattolico e la madre testimone di Geova. Quest’ultima, affidataria del bambino, aveva provato ad avvicinarlo alle riunioni della congrega. È stato, però, necessario l’intervento del giudice per ascoltare il ragazzo e valutare qual è la soluzione migliore per evitargli ripercussioni psico-fisiche negative.

Ebbene, secondo la Corte Suprema, il giudice non può vietare al genitore di avviare il figlio a un’altra religione anche se non ha il consenso da parte dell’ex ed anche se il piccolo è stato già battezzato.

Il solo fatto che l’appartenere a un diverso credo rispetto a quello “popolare” – orientato verso il cattolicesimo – potrebbe avere come conseguenza delle difficoltà di inserimento nel tessuto sociale in Italia, non basta a giustificare il divieto alla conversione.

Anche la scelta della religione per i minorenni deve seguire le inclinazioni dei figli ed il loro bene. Dunque, è solo osservando questi ultimi e ascoltandoli – cosa che può fare solo il giudice – è possibile comprendere se si pone effettivamente per lui un pregiudizio. Se così dovesse essere si potrebbe allora imporre il divieto di abbracciare la diversa fede.

Nelle importanti motivazioni della pronuncia della Cassazione, si legge, infatti ,che la possibilità di adottare simili provvedimenti restrittivi alla conversione, in presenza di una situazione di conflitto fra i due genitori che intendano entrambi trasmettere la propria educazione religiosa (e non siano in grado di rendere compatibile il diverso apporto educativo derivante dall’adesione a un diverso credo religioso), non può essere disposta dal giudice sulla base di un’astratta valutazione delle religioni cui aderiscono i genitori.

Non si può, del resto, esprimere neanche un giudizio di valore sulle religioni, stabilendo se una è migliore o più importante dell’altra: giudizio che sarebbe precluso al giudice dalle libertà di espressione religiosa che ci è stata consegnata e trasmessa dai padri costituenti e che si trova formalizzata nella nostra stessa Costituzione.

Insomma, non esistono religioni di serie A e religioni di serie B.

Né la possibilità di una comparazione tra le dottrine diverse dei genitori può basarsi sulla considerazione dell’adesione successiva di uno dei due a una religione diversa rispetto a quella che, precedentemente, era seguita e praticata da entrambi e che, originariamente, è stata trasmessa al figlio o ai figli come religione comune della famiglia perché tale criterio astratto lederebbe il mantenimento di un rapporto equilibrato e paritario con entrambi i genitori rimanendo insensibile alle scelte di vita in divenire dei genitori.

Risultato: se mamma e papà oramai separati litigano anche sull’educazione religiosa del figlio, allora è necessario che intervenga il giudice per fare chiarezza.

Obiettivo principale, però, è evitare conseguenze pregiudizievoli per la salute psico-fisica del ragazzo e, per questo, è fondamentale un confronto diretto con lui.

Illegittime, invece, le valutazioni – che sono strettamente personali e private – sulle religioni dei due genitori, e privo di significato è anche il richiamo al fatto che moglie o marito abbiano aderito successivamente a una fede diversa da quella precedentemente seguita in coppia e trasmessa alla prole.

Ne deriva che la possibilità da parte del giudice di adottare provvedimenti contenitivi o restrittivi dei diritti individuali di libertà dei genitori in tema di libertà religiosa e di esercizio del ruolo educativo può dipendere solo dall’accertamento, caso per caso, di conseguenze pregiudizievoli per il figlio che ne compromettano la salute psico-fisica e lo sviluppo .

Tale accertamento non può che basarsi sull’osservazione e sull’ascolto del minore, in quanto solo così tale accertamento può essere compiuto.

Allo stesso tempo, viene anche sottolineato che mancano le ‘prove provate’ che «le pratiche religiose» della madre «siano pregiudizievoli» per il figlio.

E si tratta, evidentemente, di una lacuna non secondaria… Così come non è irrilevante il fatto che non ci sia stato «l’ascolto del minore» da parte del giudice.

note

[1] Cass. ord. n. 21916/19 del 30.08.2019.

SENTENZA

Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza 14 settembre 2018 – 30 agosto 2019, n. 21916